Villa Pomini

22/04/2021 admin

Villa Pomini

VILLA POMINI – Via Don Luigi Testori, 14 – Castellanza (Va)

Dal 29 maggio al 27 giugno 2021

Orari visita: venerdì e sabato 15/19 – domenica 10/12 – 15/19 

Nei week end consigliabile la prenotazione ai seguenti recapiti: 

T 347 5902640 – afi.fotoarchivio@gmail.com

Ingresso libero

Giorgio Galimberti

Milano, la città che sale

Courtesy Panasonic

Il bianco bruciato e il nero assoluto si uniscono narrando le architetture cubiste di questo edificio Milanese, persone trasformate in silhouette diventano attori inconsapevoli , trasformati in personaggi surrealisti , immagini smaterializzate , paesaggi a volte quasi lunari… Geometrie , luci ,riflessi , bianchi e neri assoluti ne descrivono gli ambienti , alterandone a volte il contenuto stesso, mantendo comunque la sincerità’ del mio modo di vedere ,di raccontare   … Un Mondrian in bianco e nero, volumi e strutture che fanno pensare a De Chirico , inquadrature ispirate alla ” Città’ che sale ” di Umberto Boccioni. Una Milano diversa, un luogo metafisico, un luogo che porterò sempre nei miei ricordi più’ belli … Un luogo che anche solo per poco o forse per sempre e’ stato mio, nel mio sguardo, nel mio immaginario, nelle mie emozioni… La mia G9 ha scandito gli spazi, il tempo, insieme abbiamo fatto nostro questo capolavoro della ” Nuova Milano” della “Milano che sale”…

Giorgio Galimberti nasce a Como il 20 marzo 1980. Da sempre appassionato di fotografia, complice anche un clima familiare aperto all’arte e alla creatività, fin da piccolo comincia ad avvicinarsi al mezzo fotografico attraverso le Polaroid. Con i primi tentativi di manipolazione e alterazione dell’immagine, Giorgio esplora approfonditamente la dimensione giocosa del supporto istantaneo. Durante l’adolescenza, la passione non viene mai meno e, attraverso la frequentazione di numerose mostre ed esposizioni, unitamente ad un’intensa attività pratica in camera oscura, si costruisce un personalissimo background fotografico, basato principalmente sulle tecniche di sperimentazione dei grandi maestri che hanno fatto la storia della fotografia . Dopo un periodo di momentaneo distacco, durato qualche anno, Galimberti si riavvicina al mondo della fotografia digitale senza mai abbandonare del tutto la fotografia analogica. Attraverso la sperimentazione del bianco e nero perfeziona i suoi gusti e, memore della lezione dei grandi maestri della fotografia, si avvicina ad una visione del mondo incentrata prevalentemente sugli effetti della luce sui corpi e sui paesaggi urbani, riprendendo alcuni elementi tipici della street photography e rielaborandoli in funzione di un linguaggio fotografico moderno e narrativo che unisce agli scorci di vita quotidiana le visioni sospese dell’architettura urbana con uno stile fortemente personale e riconoscibile. Numerose le sue partecipazioni a mostre personali e collaborazioni con importanti gallerie d’ arte Italiane e Internazionali che gli hanno permesso di entrare nella fotografia autoriale. Si dedica alla didattica trasmettendo durante i suoi work shop e seminari il suo punto di vista sulla fotografia d’autore.

Giulia Turri

90 30 60

Vi racconto la storia di tre donne in grado di mostrare come la bellezza femminile risieda nella nostra grande forza.

In cinque mesi, lo scorso anno, ho perso le due donne più importanti della mia vita:

mia madre e mia nonna, entrambe per via di una malattia. Le ho dolcemente accompagnate alla morte sentendo tutto il loro dolore, le loro difficoltà e i loro sforzi, oltre che la loro voglia di combattere. In quel periodo decisi che tutto questo meritava di essere ricordato per sempre, per poter essere raccontato.

Mia nonna, Maria Guadalupe de la Luz detta “Lupita”, aveva una leucemia mieloide cronica, che dopo otto anni di cure devastanti, l’ha spenta all’età di ottantotto anni.

Negli ultimi tre anni di vita, mia nonna non era del tutto autosufficiente, ma aveva una mente brillante e non accettava nessuna delle badanti che la aiutavano. Così decisi di diventare io la sua figura di riferimento, come lei lo era stata per me in tutta la mia infanzia.

Nel settembre del 2017 mia madre, Cristina, all’età di cinquantotto anni, ha scoperto di avere un tumore al pancreas e per più di un anno ha lottato con tutte le sue forze fino all’ultimo respiro. Non era facile seguirle entrambe e decisi di affrontare quel momento utilizzando la mia arma, la fotografia, che poteva aiutarmi a documentare la lunga via in salita di queste due guerriere. Iniziai con mia nonna, scattandole delle fotografie durante la sua vita quotidiana: volevo mostrare la fatica di una donna anziana nel compiere qualsiasi gesto, anche il più semplice, e ritrarre la sua grande pazienza, che le era necessaria per sopravvivere.

Nel caso di mia madre, fu proprio lei a propormi una documentazione fotografica durante il suo percorso di chemioterapia: dopo ogni seduta le facevo un ritratto.

Queste immagini sono la mia memoria di quei momenti così complessi e, allo stesso tempo, sono state un modo per sentirmi più vicina a loro, come se con ogni scatto realizzato un pezzettino di Lupita e Cristina potesse fermarsi e restare con me per sempre.

Dopo pochi mesi dalla scomparsa di mia madre mi sono messa davanti all’obiettivo, tirando fuori tutta la mia disperazione, la mia rabbia e le mie debolezze. In quegli attimi la macchina fotografica diventa il mio sguardo mentre mi osservo esternalizzare tutto il mio dolore.

Le immagini che oggi espongo sono frutto di un percorso difficile affrontato da Lupita, Cristina e Giulia, che intendono mostrare il dolore, il coraggio, la forza e la determinazione che ogni donna ha in sé.

Giulia Turri nasce nel 1989, vive e lavora tra Legnano e Milano. Scopre il mondo della fotografia a nove anni vincendo la sua prima macchina fotografica giocando a una Claw crane durante una vacanza al mare. Da quel momento in poi non si staccherà più dal mirino. Sua madre Cristina, che ha sempre creduto in lei e sostenuto i suoi sogni, le regala una macchina fotografica digitale per il suo quindicesimo compleanno. La fotografia per Giulia è sempre stata indispensabile per aiutarla a fermare il suo punto di vista, la sua memoria e anche come ancora di salvezza per evadere da un mondo che ha sempre considerato poco compatibile con la sua visione. Ha studiato fotografia all’Istituto R. Bauer di Milano e lavorato come assistente di Agostino Osio. Nel 2010 ha frequentato il corso di formazione presso l’Agenzia Contrasto, dove entra in contatto con Efrem Raimondi, con il quale segue il laboratorio di fotografia Isozero Lab. Prova una forte attrazione verso tutto ciò che non ha voce: fotografa le fabbriche abbandonate dell’hinterland milanese, i cimiteri del Messico, i bambini delle comunità rom, gli abitanti dei villaggi camerunensi nella foresta equatoriale. Attraverso queste esperienze sviluppa una forte sensibilità verso le tematiche sociali. Negli ultimi anni si dedica ad analizzare attraverso il mezzo fotografico le dinamiche più problematiche e difficili legate alla propria vita familiare.

 

Teresa Carreño

Sentieri, Autoritratto introspettivo

Quando ho cominciato a fotografare avevo un grande desiderio di cambiare il mondo, ma il risultato è stato all’inverso, la fotografia ha cambiato me.

La fotografia è uno strumento per indagare i nostri percorsi di vita, la quotidianità che la società che spesso condiziona il nostro essere, anche interiore.

Il progetto nasce dall’esigenza di creare un dialogo personale tra pensiero e interiorità, utilizzando il corpo in questo contesto per recuperare artisticamente l’intimità, la singolarità individuale che si è perduta nel mondo globalizzato che sottostima la cultura e l’identità. In un tempo in cui l’individuo è sempre meno confortato dalla comunità e dall’istituzione familiare, in cui regnano e prevalgono la violenza e l’indifferenza.

Le immagini sorgono dal mio stato d’ animo in un momento determinato, dai miei limiti, dalle mie ansie e preoccupazioni, e l’utilizzo dello strumento fotografico diviene purificante, aiutandomi ad abbattere le false barriere che ci condizionano.

Sono immagini simboliche che scaturiscono da una condizione e non da una tendenza, alcune inspirate da dipinti rilevanti della storia dell’arte, per risaltare certi valori umani che rischiano di scomparire.

L’autoritratto per rivelare intimità e equivalenze, con il desiderio di rendere questa consapevolezza personale un’esperienza sociale.

Teresa Carreño Noguera nata a Caracas, cittadinanza venezuelana e italiana, atualmente residente in Bolivia, fotografa professionale, ha visuto in Italia dall’anno 1989 fino al 2014. ha studiato fotografia nella scuola Riccardo Bauer e a la civica di cinema e televisione Luchino Visconti di Milano.

Ha pubblicato i seguenti libri fotografici: “La tierra de nadie”, Fundarte, Caracas (1994); “Il gesto del Dono”, Electica Napoli, Italia (1997); “Colori di madre”, edizione Charta, Italia (2001); “La storia di Bryan”, Edizione Agora 35, Italia (2003). Ha collaborato con le seguenti agenzie fotografiche italiane: TAM-TAM, Franca Speranza, Grazia Neri, Conneting Culture e la art Gallery Hernández de Milano. Ha lavorato con la ong italiana Unitalsi (1996-1998) documentando il lavoro del volontariato italiano nei suoi pellegrinaggi: Fatima, Lourdes, Medjugorje, Belen. Ha realizato diversi reportage tra cui: “la terra di nessuno” sulla difficile vita quotidiana delle vittime della guerra in Bosnia Erzegovina nei Balcani (1994) “Esodo” sulla fuga massiccia dei Kosovari verso l’Albania

(kukes) durante la guerra 1999. “14 storie di violenza” (AFI) Archivio fotografico italiano. Ha partecipato al progetto documental bicentenario (topografie della indipendenza) organizzata dal CENAF (centro nazionale della fotografia di Caracas), il XIII festival di fotografia Pingyao (Cina) Le sue fotografie sono state esposte in Venezuela, all’estero e messe al ‘asta della Sotheby’s Italia. Ha ricevuto diversi riconoscimenti tra cui il premio San Carlo Borromeo della società delle belle della regione Lombardia) per il reportage sul conflitto in Bosnia Erzegovina (1994). Sue immagini sono state pubblicate in diversi giornali e riviste: “Vogue Bambini”, “Marie Claire”, “Anna”, “Grazia”, ​​”Il Corriere della Sera”, “Io Donna”, “L’Unita”, ” Il Manifesto”. Internazionali: “El Nacional”, “El Universal”,”Bild Zeitung”e nei seguenti libri fotografici:” 21 fotografe venezuelane di Maria Teresa Boulton, il Corpo Solitaio di Giorgio Bonomi, lo Stato dell ‘arte di Vittorio Sgarbi.

Attualmente gira il Sudamerica realizzando diversi workshop finalizzati alla formazione e alla didattica del linguaggio visivo, si dedica particolarmente alla musica autoctona boliviana.

Sue fotografie si possono vedere nella Photogalleria italiana d’Autore.

Alcuni suoi lavori formano parte del museo di fotografia contemporanea di Cinisello Balsamo di Milan, l’Archivio bibliografico veronese, la biblioteca Nazionale di Caracas, la biblioteca Municipal de La Paz, Bolivia, l’Archivio Fotografico Italiano. Recentemente ha esposto al Museo dell’arte contemporanea di Caracas (2017) il proggetto “Terra di nessuno ” sul conflitto nei Balcani, e “Colori della madre” nella Casa della cultura (La Paz Bolivia 2018).

 

Collettivo Landscapes Hunters

Metropolis

Il progetto “METROPOLIS”, conduce ad una visione della metropoli attraverso una lentezza dello sguardo, in contemplazione di forme e strutture architettoniche che si spinge al limite superiore della capacità percettiva del reale.
Fondamento del progetto è l’arco temporale che si è voluto prendere in considerazione: il buio della notte, quando nella città ormai si sta allentando il caos del giorno e non appare in tutta la sua interezza di dettagli, ma lascia all’osservatore un che di misterioso con scorci da scoprire e interpretare.
Milano è la città che più negli ultimi anni ha subito una trasformazione urbanistica di grande importanza e pertanto interessante non solo da osservare, ma soprattutto da capire con i suoi pregi e difetti.
Intorno a questa città molto si è dibattuto sui grandi interventi di rigenerazione urbana che l’hanno portata a competere con le altre grandi capitali europee.
Spesso due modelli di città in contrapposizione: da una parte la città storica borghese culturale, dall’altra la metropoli globale che adotta strutture high-tech che hanno stravolto la sua skyline.
Soggetto è lo spazio urbano contemporaneo e la sua evoluzione come nuova chiave di lettura nell’intento di capire fenomeni sociali ed estetici in rapida e inarrestabile trasformazione.
Nella presentazione del progetto ci siamo avvalsi di una tecnica di finitura artigianale: la polvere di carbone la quale permette, per mezzo dell’apposizione della materia di celare il visibile ordinario per far trasparire, con una mirata manualità, unicamente elementi che caratterizzano le strutture architettoniche che vanno oltre il reale.
La tecnica di finitura con polvere di carbone si effettua su stampa fotografica che utilizza carta di cotone Fine Art con una texture (per gli addetti tipo Hahnemuehle Museum Etching).
Utilizzando un pennello o del cotone idrofilo si deposita della polvere avendo cura di ottenere strati più o meno coprenti in funzione dell’effetto che si vuole raggiungere nella densità dei neri.
Togliendo delicatamente la polvere in eccesso e, utilizzando differenti durezze di gomme, si procede manualmente, con perizia e delicatezza, a far apparire i punti di luce e ombre che conferiscono non solo tridimensionalità all’immagine ma anche una propria visione espressiva.
Con un fissativo si ultima il lavoro.

 

Istituto Italiano di Fotografia

Paesaggi di silenzi

Progetto realizzato dagli studenti del II anno dell’Istituto Italiano di Fotografia

Il silenzio è declinabile in molte modalità e sfumature; ad esempio il silenzio oggettivo che richiama un vuoto fisico che parte dalla considerazione di assenza di rumore oppure, il silenzio interiore, profondo, intimo e a volte anche mistico. Il silenzio interiore è qualcosa di fortemente legato alla sfera profonda dell’essere più che del sentire.

In molti momenti della nostra quotidianità e/o della nostra vita, ricerchiamo il silenzio come forma taumaturgica in grado di restituirci energia o stimoli, utile e spesso fondamentale compendio, per riprendere il nostro percorso attraverso una strada lunga e difficile.

A volte il silenzio è una gabbia o uno schermo, che si avvolge intorno a noi, ci ricopre e ci isola, estraniandoci, da qualsiasi contesto; le stesse cose, oggetti, persone, case, piazze, luoghi, alberi, si isolano nel silenzio, creando un distacco fisico ed emotivo tra realtà sensibili.

Un altro silenzio è quello del rumore; incessante, martellante, spesso opprimente alla stessa stregua di quello “assoluto” del silenzio fisico. In fondo il suono ed il silenzio esistono perché vi è qualcuno in grado di sentirli, di ascoltarli.

In effetti il silenzio si può sentire oppure ascoltare, queste azioni fanno parte dell’animo umano, si legano ad una particolare predisposizione di chi si trova nel contesto in cui si manifesta. L’ascolto o il sentire sono legati da un comune denominatore che parte dalla zona più profonda dell’io sensibile per poi, attraverso un percorso non sempre lineare, fluire verso la parte concreta e giungere, infine, a livello dell’epidermide.

A quanti è successo di chiudere gli occhi e di sentire, oltre che con le orecchie, l’andamento ritmico delle vibrazioni di un tamburo attraverso le onde sonore che si infrangono sulla nostra pelle?

Sentiamo il mondo che ci circonda in modi differenti e complessi, tutti i nostri organi sono tesi nel sentire, anche il nostro corpo riceve le onde sonore e le convoglia al centro del nostro sistema percettivo; siamo un ricettacolo di messaggi da cui trarre informazioni.

Nel lavoro “PAESAGGI DI SILENZI”, gli studenti del II anno professionale di fotografia dell’Istituto Italiano di Fotografia, si cimentano nel tradurre questi complessi segnali, che ci giungono dai luoghi, in specifici messaggi riguardanti la singolarità dei luoghi stessi. Territori di periferia urbana, recenti o antichi, ma tutti dotati di una forma di silenzio specifica, spesso alienante, in altri casi sorda e in altri ancora assente.

Luoghi in cui il “rumore” della varia umanità, si mescola, si confonde, con la sorda assenza del silenzio.

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